So where were the Spiders?

Una volta ho scritto una cosa che avrei voluto far diventare un libro. La protagonista viveva a Berlino, amava i gatti, faceva lunghissime passeggiate a piedi. Lavorava nel marketing ma sognava di diventare giornalista; provava a studiare russo e aspettava la Berlinale come fosse il suo compleanno. Nella prima scena leggeva un libro di Lilli Gruber e ascoltava a ripetizione una canzone di David Bowie. Quicksand.

La protagonista, non vi sarà sfuggito, mi somigliava molto. Anzi, oserei dire che la protagonista ero io. Mi era venuto quasi spontaneo cominciare quella storia; metterci dentro una multinazionale piena di gente che non parlava bene il tedesco e che voleva fare carriera a ogni costo.

Il bar con le lavatrici a Rosenthaler Platz, i casting per trovare casa, le feste sui tetti, le lunghissime chat su Skype con gli amici lontani. Niente smartphone, niente Whatsapp: nel 2013 non c’erano ancora. Avevo riempito svariate cartelle di open air estivi e di fiumi ghiacciati; poi, un giorno, mi sono trovata così poco interessante da premere un tasto e cancellare tutto.

Mi era bastato un click. Avevo preso in braccio il gatto e mi ero messa ad ascoltare Quicksand.

Quicksand è la prima canzone a cui penso quando sono confusa. Su tutte le mie agende, dal 2010 al 2014, c’è stata scritta almeno una volta questa frase:

I’m torn between the light and dark
Where others see their targets, divine symmetry!

La sentivo così misteriosa e così mia: mai quanto il ritornello, certo. Bowie (si) diceva “Don’t believe in yourself“. E io in me non ci credevo davvero. Per niente. Ero dilaniata tra il desiderio di fare qualcosa di grande e la certezza di non esserne in grado. Giocavo un po’ all’artista incompresa che cercava di rinascere e riscattarsi a Berlino.

Cercavo di sembrare felice anche se, nel profondo, mi sentivo a terra e insoddisfatta. Ho vissuto, per un periodo, vicino alla casa sulla Hauptstrasse  in cui David Bowie viveva con Iggy Pop nel ’76. Ora ci hanno attaccato una targa davanti alla quale puoi fare la foto con “We can be heroes just for one day”. Nel 2013 era una casa come le altre.

Ma ogni volta che ci passavo davanti mi ci immaginavo dentro questo gruppo di artisti britannici che tentavano di disintossicarsi, di rinascere e salvarsi a vicenda.

Anche io volevo salvarmi: mi sentivo profondamente triste e non sapevo a chi raccontarlo. Allora lo scrivevo qui e speravo che qualcuno mi sentisse almeno un po’ vicina. A volte mentre passeggiavo da sola, canticchiavo tra me e me il ritornello di Rock and Roll suicide; e volevo solo che qualcuno venisse a dirmi Gimme your hands, ‘cause you’re wonderful.

C’è un’intervista in cui David Bowie parla di Rock and Roll suicide come di una metafora del passaggio all’età adulta. Che è una cosa che fa un po’ paura, come se temessimo di perdere la parte più vera di noi. Ma in certi momenti lo senti, il te stesso del passato, che ti dice di stare tranquillo. Che ha già vissuto quel dolore per te e ti aiuterà a sopportarlo. Non sta morendo, vi state trasformando insieme. Guardati, non essere così severo con te stesso. Non lasciare che il sole faccia esplodere tutte le tue ombre, tienine qualcuna. Dagli la mano, che sei una meraviglia.

Dobbiamo dircelo da soli, che siamo meraviglie. Altrimenti non cresciamo, non andiamo avanti, non riusciamo a farci riconoscere come meraviglie. Io questa cosa avrei voluto capirla prima. Penso che avrei fatto meno errori.

Non amo molto parlare di me. Non racconto mai nei dettagli quello che faccio alle persone con cui non mi sento in confidenza perché vivo nel terrore di vantarmi eccessivamente. Quando mi chiedono che lavoro faccio, rispondo sempre una frase che Francesco odia: “Al momento collaboro con una trasmissione della Rai”.

Per natura, tendo un po’ a sminuirmi. Anche se a Capodanno scrivo il discorso alla nazione; anche se ho un’opinione su tutto e spesso sono convinta che saprei fare le cose meglio di altri. Mettermi in scena mi manda nel panico.

La mia più grande paura è tediare gli altri e risultare “una che se la tira”. Per anni, l’adolescente grassa e brutta che sono stata ha cercato di convincermi che non ero abbastanza. Che non meritavo di essere felice, che non meritavo che gli altri mi amassero e mi apprezzassero. Anche se raggiungevo quasi tutti i traguardi che mi prefissavo, anche se apparentemente non avevo nulla che non andasse. Non mi sentivo mai all’altezza.

Sono diventata davvero me stessa solo pochi anni fa, quando mi sono imposta di darmi valore, perché me lo meritavo. E all’improvviso sono rifiorita. Ma siccome il sole non è riuscito a fare esplodere ogni mia ombra, in alcuni campi sono rimasta trasparente. Ho continuato a non darmi il giusto valore e mi sono fatta calpestare.

Da due anni, ormai, lavoro in un posto che non penso di meritare. Per sentirmi all’altezza, ho dato tutta me stessa. Tutte le cose più belle, le energie più positive, senza risparmiarmi. A un certo punto è stato come se mi avessero asfaltato la mente. Volevo pensare ad altro, usare le mie forze per fare altro, ma non potevo, perché dovevo “dimostrare di più, dare tutto per farmi apprezzare”.

Ho iniziato a reprimere, nascondere, far diventare trasparenti una serie di pensieri, di bisogni, di emozioni che avrebbero sottratto troppo tempo alla mia vita in quell’ufficio. Ho provato a scomparire, terrorizzata dalla guerra degli ego che vedo combattere intorno a me quotidianamente.

Appena provo a dire la mia, a riscattarmi, a rimettere al centro anche Simona, arriva qualcuno a dirmi: “Ti sei montata la testa”. Smetto subito, e poi passo anche la notte a fustigarmi perché “chi mi credo di essere?”.

Il confine tra sparire e diventare presuntuosa mi sembra così labile che preferisco starmene lontana, invisibile. La mia persona e la mia realizzazione, in fondo, sono meno importanti di quelle della comunità. Anzi, non hanno finito per non avere praticamente valore. E non appena qualcuno accenna al fatto che non sono abbastanza umile mi sento come morire dentro.

Tutto è così tremendamente sbagliato, ma io non riesco a venire fuori.

Rock and Roll suicide è la canzone con cui David Bowie uccide Ziggy Stardust. Ziggy suonava la chitarra con la sinistra ed era bravissimo, il più bravo di tutti. Poi manda tutto alle ortiche, perché si innamora del suo ego, si dimentica dei suoi musicisti, gli Spiders from Mars, e gli Spiders from Mars alla fine lo ammazzano e sciolgono la band.

Io non voglio fare la fine di Ziggy. Ma giovedì, mentre svolgevo un compito che mi faceva sentire particolarmente abbrutita, una voce nel cervello mi ha detto: “quanta energia sprecata, tu potresti fare cose meravigliose”. E mi sono cadute addosso migliaia di parole. Erano lì, tutte nel mio cervello. Come se ci fossero state per anni e io le avessi stipate in un armadio perché non era il momento adatto, non erano importanti, erano una cosa superficiali, c’era roba più importante da fare, dovevamo pensare al lavoro.

In fondo sono solo le mie sciocche fantasie. Le mie velleità che alla soglia dell’età adulta, quando hai delle responsabilità, devi lasciare cadere. Mi sono sentita soffocare, ho cominciato a scrivere dappertutto mentre fingevo di prendere appunti. Sui fogli, sugli scontrini come facevo da giovane, sul libro di russo e sulle note dell’I-pad.

Mi sarei messa a urlare a tutti: Dove mi avete messa!”. Come se il programma fosse Ziggy, noi i suoi musicisti che lo abbiamo reso grande e che ora lui nemmeno si fila. “Where were the Spiders?”. Quando vivevo a Berlino, di fronte a questo pensiero, avrei avuto quattro giorni di depressione perché “il capitalismo ci schiaccia e non è giusto”.
Giovedì, invece, sono tornata a casa, ho cenato e come in trance ho fatto uscire fuori tutte le parole che ho soffocato. Mi sono presa tre ore, ho scritto miliardi di cose senza senso. Mi sono guardata dentro con affetto, senza essere troppo severa. Non ho dato la colpa al capitalismo che mi schiaccia (quindi sto diventato grande del tutto?), mi sono presa le mie responsabilità e ho pianto perché mi sono annullata. E non si fa e non lo voglio più fare. Cause I’m wonderful!
Se sei arrivato fino a qui si vede che apprezzi il nostro modo di fare giornalismo   il mio blog (?); non ti chiedo i soldi come quei purciari del Fatto Quotidiano, ma ti racconto un paio di aneddoti su questo post.
1. Scriverlo è stato come aprirmi il cuore e mettervelo sul tavolo.  L’ho cancellato quattro volte, quando l’ho ricominciato la quinta volta l’ho lasciato a metà ed è decantato per tre giorni: il primo commento sotto un live di Rock and Roll suicide era di un tizio che voleva suicidarsi. Poi era partita Rock and Roll suicide alla radio, voleva sentirla fino alla fine, nel mentre è entrato suo padre, l’ha trovato in singhiozzi con la pistola e l’ha salvato. Forse non è vero, ma ero emotivamente provata, mi sono commossa come se fosse successo a me e non riuscivo a concludere nulla.
2. Mentre finivo questo post ho finito anche una playlist di canzoni di David Bowie che doveva essere uno dei regali di compleanno per Francesco che non conosce David Bowie. Ho realizzato che voglio bene a David, sia quando si trucca e fa il matto, sia quando diventa un sessantenne per bene che ci propina canzoni di alta classifica che in verità parlano di stragi nelle scuole. Mi arrabbio molto il 10 gennaio quando scrivete su Facebook che vi ha cambiato la vita e poi postate Heroes. L’anno prossimo mi mandate tutti un’e-mail e io vi consiglio cosa postare?
3. Avrei potuto intitolare questo post in 500 modi ma ho scelto istintivamente questa frase anche perché in questi giorni sono in fissa totale con Cuarón e mi sono fatta un film per cui in una scena di Roma richiama il ragno gigante di Harry Potter. Prendetevi dieci minuti per realizzare quanto è meravigliosa la mia mente; e per tremare, perché una parte di me vi vuole raccontare cosa guardo/leggo/ascolto ora che ho deciso di riprendere seriamente a guardare/leggere/ascoltare.
4. In questo post non ci sono foto e non ci sono parole in grassetto perché vi odio   non ci sono neanche nei libri.

Un pensiero su “So where were the Spiders?

  1. Brava Simo!

    Anche io mi sto ricostruendo e ritrovando, passo dopo passo, giorno dopo giorno, lentamente e dolcemente.

    We’re wonderful, l’unico modo per farcelo entrare in testa è continuare a ripetercelo, nonostante tutto, nonostante tutti.

Have your say =)