Non si tratta di conservare il passato, ma di realizzare le sue speranze

Quella del 2018 è stata un’estate memorabile. Ho visto posti nuovi, passato giornate incredibili, fatto attività semplici e quotidiane, ma in modo del tutto diverso; mi sono rilassata, ho detestato Roma e il caldo di Roma, ma sono riuscita a esserne vittima per un tempo limitato. Per il mio compleanno sono stata a Siviglia; la settimana di Ferragosto siamo andati al Sud.

Avevamo studiato un piano in cui tutto sarebbe potuto andare storto (tre città, cinque giorni, due treni, troppi autobus, la Salerno – Reggio Calabria): e invece, come per magia, filava tutto liscio. Il punto di massimo disagio è stato trascinare le valigie sui gradoni dei Sassi di Matera, ma in fondo è giusto così, mica ho cercato di farmi venire una parvenza di bicipiti andando in palestra tutto l’anno per nulla.

Mi sono convinta, a un certo punto, che il Meridione sia il posto perfetto per caricare le pile scariche. Ci sono problemi, e io non voglio non vederli. Ma ho sempre l’impressione che stia cambiando qualcosa; che è come se ci fosse un rinascimento (che alla mia città manca). Che è come se pian piano si stia recuperando una visione: spero non sia dovuto all’attesa del reddito di cittadinanza.

Il Sud mi piace perché ci sono i bambini che giocano in strada. Dappertutto. Perché a Bari c’è una piazzetta che mi ricorda tanto Nola, per le salumerie, gli scugnizzi che si tirano il pallone, i nonni che li controllano seduti sulle sedie, fuori la porta di casa.

C’è una chiesa in cui celebrano una messa in russo, per i fedeli ortodossi che distribuiscono pezzi di pane tra canzoni solenni e fumi di incenso. Ci sono i rubli tra i dollari e gli euro delle offerte, c’è una statua di San Nicola che Vladimir Putin ha regalato alla città.

Ci sono le signore che pelano le patate in circolo, in mezzo alla strada, che si aggiornano sulle vicende sentimentali dei vicini. Ci sono i tavolini dove impastano orecchiette: alcune lo fanno per venderle. Ma abbiamo visto anche una coppia mamma e figlia prepararle palesemente per il pranzo.

Ci sono i vecchietti, a Matera, che di giornali ne comprano tre. Che dibattono sulla crisi, in toni pacati, argomentando sul ruolo dei monopoli di stato nell’economia. C’è un nonno dolcissimo che porta il nipotino al Castello Tramontano, per vedere dove viveva il re, i guerrieri, tutta la sua corte.

C’è il turismo che inizia ad arrivare e tutti sembrano un po’ straniti. Come se facesse piacere però boh, ci dobbiamo ancora fare un’idea precisa. Ci sono proprietari di ristoranti che ti fanno lasciare i bagagli da loro, che tornano apposta per aprirti una porta.

C’è un museo in una grotta dove finisci per sbaglio pensando di scroccare un biglietto; poi vedi un video che parla di passato e presente, di casette arroccate che erano una vergogna, che non lo sono più, che “sembra l’Afghanistan”, che si apre al futuro tenendosi stretti i suoi dubbi.

Ci sono autisti dell’autobus convinti che lavorare col pubblico sia facile; devi essere gentile e puoi cambiare la giornata a qualcuno. “Ieri una signora mi ha detto che era infuriata con un mio collega scortese, poi è salita sul mio autobus, abbiamo parlato un po’ e dopo cinque minuti mi ha detto che le era passato tutto”. Non era proprio così ma perdonatemi, non so scrivere in barese.

Ci sono dei neo-diciottenni, o qualcosa del genere, che sono andati in Grecia in nave, partendo dalla Puglia; e ora tornano a casa, in bus, dopo due settimane. Cantano il ritornello di qualunque canzone passi in radio. Corrono da una poltrona all’altra, per aggiornarsi sul costo dell’abbonamento allo stadio della Salernitana, per fissare da un cellulare la prestazione di Cristiano Ronaldo che “Guagliò, sulla fascia è n’at munn”.

C’è un giardino botanico bellissimo in cui si aggira una signora munita di carta e penna che segna su un blocchetto i nomi e le proprietà delle piante. C’è un terrazzino per prendere le tisane, due gattini, un video della Rai che è girato proprio “con lo stile della Rai”.

Ci sono preti che raccontano ai fedeli aneddoti in dialetto; di quando erano bambini e la mamma diceva di prendere un “panno e metterlo sul pane appena sfornato, così non venivano le mosche”. C’è uno scoop, perché tra Cilento e Costiera Amalfitana ora ci fanno un cammino: e vengono degli esperti da Roma e sono tutti emozionati.

C’è che puoi aprire la finestra e svegliarti con una vista così: credo sia un balsamo contro ogni tristezza, ce lo meriteremmo tutti, almeno un paio al mese.

Quest’anno i radical chic della mia bacheca Facebook hanno scoperto la poesia dei panni stesi tra i vicoletti di Napoli (con un ritardo di un paio di secoli sulla tabella di marcia); già che vi piacciono tanto, ve ne offro una carrellata, condita di edicole votive e scritte sui muri.

(Questi non sono panni; le scarpe fanno parte degli angoli “quota hipster” che Matera ha prontamente allestito per strappare a Perugia il titolo di capitale della cultura)


A volte vorrei fare la travel blogger, poi mi rendo conto che mi commuovo troppo.

Non si tratta di conservare il passato ma di realizzare le sue speranze. 

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