Cosa volevo fare da grande

Una volta mia madre mi mandò a consegnare un paio di scarpe a un calzolaio. Eravamo a Nola, durante una di quelle estate torride in cui potevo annoiarmi, fissare il vuoto e riflettere sui drammi della vita senza sentirmi troppo in colpa, come la gioventù borghese ottocentesca debosciata. Ieri sera, dopo aver rimandato per settimane (“sono uscita tardi”, “devo andare in palestra”, “vorrei passare al supermercato”) sono entrata nel negozio del calzolaio sotto casa per fargli riparare una borsa di pelle che ho comprato a Siviglia.

C’erano tre signore in fila, ad aspettare chiacchierando sulle sedie; scarpe dappertutto. Due bottiglie di acqua lete. Quadri orientaleggianti al muro, un CD di Cremonini e una macchina per cucire nera. Come quella che ha mia nonna, solo più grande. C’era caldo, un vecchio ventilatore sovrastava le chiacchiere e “Marmellata #25”.

Il calzolaio mi ha chiesto se volevo aspettare. “Dottoré, faccio tutto in due minuti”; non voleva soldi, quindi ho comprato una borsa che fa lui, nel tempo libero. Le teneva legate, “perché a Natale una signora se ne è ‘nguattate due senza pagare”. Ho dato una carezza al cane di una delle tre clienti in attesa. C’era pace, nel rumore ritmato, nella puzza di lucido per le scarpe, in quella valanga disordinata di sandali e stivali di tutte le taglie.

In una torrida estate di forse 13, 14 anni fa, ho pensato che avrei voluto fare un lavoro manuale, da grande. Avevo la testa colma di paranoie, di parole che volevano uscire e che rovesciavo su quadernini riempiti fitti fitti, senza mai lasciare una riga. Scrivevo a matita, per poter cancellare: un paio di giorni fa riordinavo i cassetti della mia camera di adolescente e ho scoperto che si è scolorito quasi tutto. Vorrei ribattere qualcosa al computer, per ricordo; poi mi leggo, mi vedo così diversa e quasi mi vergogno.

Chi lavora con le mani è un lavoratore. Chi lavora con le mani e la testa è un artigiano. Chi lavora con le mani e la testa e il cuore è un artista, c’è scritto sulla porta del laboratorio del calzolaio sotto casa mia; pare sia una frase di San Francesco. Io, 13 o 14 anni fa, da grande volevo essere un’ artista; volevo scrivere, o fare un lavoro manuale. O studiare per diventare un’attrice. Ma mi sentivo già una piccola artista e ambivo con tutte le forze a sviluppare i miei talenti e passare alla storia.

Oggi non riuscirei a pensare una cosa simile; c’è una me più prosaica, più realista, che sa cosa sa fare e sta imparando a diventare concreta. Mi sono inaridita? Me lo sono chiesta più volte, risistemando la mia stanza.

Non riesco più, con quella facilità, a scrivere che mi sono quasi commossa una mattina, lungo viale Mazzini, la strada più noiosa che l’essere umano abbia concepito, perché i proprietari di un ristorante si erano messi fuori, al sole, a pulire le verdure e ridevano tra loro come se avessero dimenticato di star lavorando.

O meglio: lo vorrei fare. Ma rimando per risolvere “le cose più concrete”. Ho ripensato tanto a quel che volevo fare da grande; al fatto che non lo so, se sono soddisfatta.

Ieri sera sono rimasta per quasi venti minuti sdraiata sul letto con l’accappatoio addosso per godermi la sensazione della pelle fresca dopo aver fatto la doccia. Lo facevo sempre nel mio ultimo periodo a Berlino, periodo in cui – è quasi conclamato – mi sono sentita depressa e confusa come poche altre volte nella vita. Sono andata a rileggermi le conversazioni con Giulia, la mia ex coinquilina, partendo da quando mi ero appena trasferita: ero piena di dubbi, forse ne avevo molti più di ora, facevo una fatica immane a gestire le mie pseudo relazioni sentimentali e non ero mai convinta del lavoro.

C’è una cosa, a posteriori, che ho apprezzato tantissimo. Quella ragazza lì, confusa, un po’ in balia degli eventi, non si è accontentata. Mentre impastava torte e inventava versioni nuove di humus, ha cercato dieci, cento, mille piani B per trovare “la stabilità”: stabilità da legare necessariamente al lavoro. Oggi, più o meno, un lavoro ce l’ho. E sebbene la mia tendenza all’autofustigazione è sempre forte, mi vedo costretta ad ammettere che in fondo sono stata parecchio brava.

Guardo la me che viveva a Berlino e scopro che le sue aspirazioni sono state praticamente realizzate (che poi certe cose siano più belle sulla carta, è un altro paio di maniche); guardo Simona dell’anno scorso, ad agosto, e mi accorgo di aver persino tenuto fede a certi buoni propostiti (ho fatto sport a cadenza relativamente regolare, ho provato a imparare una lingua, visto qualche serie TV, comprato cose per me, passato molti più weekend fuori). Devo ancora fare tanto, ma non è il caso di farsi prendere dall’ansia.

Mi aspetta un anno bellissimo e pieno di cambiamenti incredibili; nell’ultimo periodo ho scoperto di averne tanti, di punti di stabilità, che hanno poco a che fare con le soddisfazioni professionali. Vorrei partire dagli aspetti già bellissimi della mia vita e costruire attorno a quelli, lavorare per cambiare le cose che non mi stanno bene. Da grande, più che un’artista, vorrei diventare una persona che non si fa scivolare gli avvenimenti addosso; che studia piani B, invece di lamentarsi mentre si lamenta. Dovrei riuscire ad affrontare più situazioni ridendo, come i proprietari del ristorante su viale Mazzini.

Vorrei avere più giorni in cui mi annoio, perché è lì che metti a fuoco le questioni importanti. Mi piacerebbe, più di ogni altra cosa, tornare a far volare le parole fuori di me. Magari, stavolta, senza scrivere a matita. Vorrei, finalmente, smettere di guardarmi indietro, di cristallizzare o idealizzare il passato; perché la verità è che credo di non essere mai stata tanto felice come in questi giorni.

Un pensiero su “Cosa volevo fare da grande

  1. È sempre bello leggere questi momenti di riflessione. Come una sorta di diarionondiario, finestra da cui sbirciare pigramente, sorridere con distacco alla vista di briciole di vita narrata.

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