Ma sono mille papaveri rossi

È arrivata la primavera, a Roma. C’è un bel sole caldo, una luce stupenda e io non so mai come vestirmi. Lo scorso anno, in questo periodo, ho cominciato a tornare a casa facendo un tratto di strada a piedi. Prendevo la metro a Spagna, a volte arrivavo fino a San Giovanni; cercavo di godermi il vento della sera, gli ultimi raggi di sole sulle facciate dei palazzi, le ondine sul Tevere, il vociare dei turisti.

Mi facevo un regalo, cercavo di staccare il cervello almeno per un’ora. Per un paio di mesi quella passeggiata è stata l’unica ricompensa che mi sono concessa.

Ero in treno, poco fa, e mi sentivo in colpa. Mi ero portata un hard disk carico di lavoro da fare. Non sono riuscita a fare tutto quello che volevo. “Mi sono fermata troppo e sono ancora stanca. Potevo dormire un’ora di meno, dovevo scrivere una pagina in più”.

È incredibile pensare che proprio oggi, a pranzo, discutevamo del perché si festeggia il primo maggio e che di fronte a quelle frasi di una pagina di Wikipedia mi sono quasi vergognata. La gente si è fatta ammazzare, perché potessimo lavorare otto ore al giorno. Certe volte di ore ne lavoro  più di dodici, e sembra io debba farmene quasi un vanto.

Ho iniziato a lavorare quando ero relativamente giovane. Fin da piccola ho avuto idee abbastanza chiare su quel che sarei voluta diventare. Per anni ho abbracciato il motto  “fai il lavoro che ami, e non lavorerai nemmeno un giorno della tua vita”. Ero pronta a tutto, pur di fare un lavoro che avrei amato. Credo di aver orientato in quella direzione quasi tutte le scelte della mia vita semi-adulta.

Ho un ricordo molto nitido del primo giorno di primo stage a Berlino. Era una mattina splendida, del luglio del 2011. Chiamai mia madre, in preda al panico, perché credevo di non meritare 600 euro al mese. Erano troppi soldi, io non sapevo fare nulla. Ho fatto un sacco di ore, credevo di compensare così. Ho sempre lavorato tanto, proprio come ho sempre studiato tanto, con quelle manie di perfezionismo che tutt’ora contribuiscono a rendermi perennemente insoddisfatta.

Ho un curriculum pieno di esperienze diverse: ho avuto modo di sperimentare tante cose, anche di fare lavori che non mi piacevano. C’è una cosa che mi manca tanto di quei periodi: la leggerezza che provavo quando tornavo a casa.

Era bello trascorrere otto – ma chi voglio prendere in giro, in media dieci – ore in ufficio e avere di fronte una serata libera dai pensieri. Del lavoro che non amo mi manca il permesso di chiudere i file, almeno nel tempo libero. I file, adesso, viaggiano sempre con me.

Me li porto a casa, me li sogno la notte. Posso sembrare esagerata, eppure è così. Se faccio una cosa a cui tengo non riesco a staccare: quando meno me lo aspetto inizio a  ragionare su cosa avrei potuto fare meglio, mi faccio assalire dall’ansia di aver fatto un errore, rimugino sull’infinita lista di compiti per il giorno dopo.

Eh, lo so, sarà esagerato. Però è uno dei quadri che amo di più e sogno di metterlo qui da quattro anni, quindi ve lo tenete

Quando ho iniziato questo lavoro, ho pensato di essere in un sogno; per guadagnarmi il diritto di continuare a sognare, mi sono annullata per almeno sei mesi. Temo sia normale, è quel che fa la mia generazione. Lo stipendio è un miraggio, il contratto un privilegio: ne hai avuto uno, ringrazia, sgobba. L’unico modo per farsi notare è esserci, esserci sempre. Per tantissimo tempo.

Se faccio un discorso del genere con alcune persone mi dicono: “ma di cosa ti lamenti? Mica sei nei campi a raccogliere cotone”. Hanno ragione. Mi sento in colpa quando mi lamento, perché tanti miei coetanei – anche più qualificati di me – un lavoro non ce l’hanno, o ne hanno uno peggiore del mio.

Io sono fortunata, perché faccio una cosa che si avvicina molto a quel che avrei sempre voluto fare: ma non posso non riconoscere che il primo step “nel mondo che conta” per la mia carriera ha totalmente stravolto il mio modo di vivere. Non solo in positivo.

Mi sono imposta, a settembre, di prendermi più tempo. Mi sono iscritta in palestra, mi sono abbonata a Netflix, ho iniziato a ricomprare libri e ho deciso di studiare spagnolo. Cerco di vedere più spesso la mia famiglia, il mio fidanzato, i miei amici. Ho comprato delle scarpe che metterò tre volte in croce, preso una stanza più grande; ho prenotato dei weekend e delle vacanze.

Eppure mi sento ancora troppo assorbita: se discuto con un collega sono nervosa fino a sera, se arriva una mail nel fine settimana mi impensierisco, non riesco a liberarmi di una brutta giornata nemmeno dopo 50 minuti di corsa. A tratti sono felice, a tratti terribilmente frustrata. Mi sforzo, immensamente, di non scaricare troppo sulle persone che amo, di prendere le distanze, di dare il massimo ma non fustigarmi se non riesco al meglio. È tanto difficile, però. 

E quando sono a letto e vorrei leggere un romanzo, o guardare un film in francese, mi viene da piangere perché mi sento così stanca da non capire nemmeno i tweet dell’account fake di Virginia Raggi.

C’è un’altra cosa che il mio lavoro ha cambiato: il mio rapporto con questo spazio virtuale. Per molti giorni, purtroppo, quel che faccio coincide con quel che faccio in ufficio. E qui non vorrei parlarne. Il lavoro si prende il mio tempo, le mie energie, prosciuga la mia capacità di fissare pensieri su carta: poi ci sono le ansie. Non so se voglio che mi leggano i colleghi. Temo di fare passi falsi. Scrivo, cancello, scrivo, poi chiudo tutto.

Vorrei riuscire a trovare un equilibrio, ma sento di essere ancora lontana. Oscillo tra la soddisfazione e l’insoddisfazione, tra la voglia di cambiare e la paura che mi blocca. Parlo con tantissime persone che provano tutto quello che provo io.

Mi chiedo se non saremmo più felici se avessimo del tempo da dedicarci; se potessimo lavorare il giusto, fare una cosa che ci piace, poi tornare a casa e coltivare interessi. Vorrei il tempo e i soldi per prendere un aereo e fare un reportage dall’altra parte del mondo. Vorrei studiare il russo, leggere (davvero a fondo) i giornali. Mi prenderei una laurea, andrei a teatro più spesso. Mi piacerebbe poter cambiare lavoro quando ho smesso di imparare cose nuove in quello che faccio; mi piacerebbe che tutti potessimo trovarne uno, senza dover convivere ogni giorno con la concreta angoscia restare disoccupati.

Vorrei che fossimo davvero liberi di scegliere. Che lavorassimo per vivere, non il contrario. Ho scritto queste righe di getto ed è stata dura premere il tasto “pubblica”; credo sia uno dei miei post più personali, uno dei conflitti che più mi attanaglia al momento.

Spero mi aiuti a sistemare la relazione col mio blog; a rimettere a posto delle priorità. A uscire, qualche volta, alle sei e mezza, per scattare le foto ai turisti che vedono Roma sulle terrazze del Pincio. Vorrei godermi il venticello della sera sul balcone della mia stanza e guardare, in lontananza, i Castelli Romani illuminati. Senza pensare troppo. Senza angustiarmi per il futuro. Senza sentirmi in colpa perché dovevo restare almeno un’ora in più.

Buon primo maggio, ne abbiamo più bisogno che mai.

Have your say =)