Questa mattina mi sono svegliata abbastanza presto, non c’era traffico, la metro era deserta. Sono andata fino a Ottaviano, ho girato per negozi, ho comprato del caffè profumatissimo. Ho camminato, a lungo, mi sono fermata a scattare delle foto a Piazza del Popolo. Avrei voluto catturare alcune immagini, ma erano tanto belle che non me la sono sentita; non riuscivo a cristallizzare, in un momento, i due ragazzi seduti per terra che disegnavano – alla perfezione – l’obelisco. Non riuscivo a fermare, in uno scatto, il venditore di rose chino alla fontana, che bagnava ogni fiore, uno a uno, come stesse facendo il bagnetto a un bambino. Una coppietta di ultrasettantenni leggeva il giornale su una panchina, in mezzo al nulla (la Repubblica lei, il Corriere dello Sport lui). Due fratellini, di cinque/sei anni, correvano tra i turisti, sulle terrazze del Pincio; ho passeggiato – fermandomi spesso – per Villa Borghese. Sono andata a visitare la galleria di Arte Moderna e Contemporanea. C’erano un sacco di vecchietti che si fermavano davanti ai quadri un po’ perplessi, tra un “cosa vuol dire?” e un “almeno questo si è impegnato”.
“Mi scusi, le ho rovinato la fotografia”. Una bimbetta gattonava affascinata tra statuette di cani in metallo.
Ho mangiato quasi alle quattro, ho letto la guida del Mondo che mi ha regalato Francesco, ho progettato viaggi che non mi posso ancora permettere.
Non so se esite, in qualche lingua dimenticata, una parola che indichi “il tempo passato a fare cose belle”. Non l’ho mai letta, in quegli articoli da click-bait, che alcuni miei amici amano condividere su Facebook, che io mi trovo a leggere, mentre sono in metropolitana.
Vorrei leggere altro, in metropolitana: libri, riviste. Mi sembra di non averne la forza, mi sento troppo impegnata a combattere – la ressa, la routine, lo stress, la gente. Meglio il telefono, le foto scontate, la vita degli altri.
Il 2017 è stato un anno strano. Non riesco ancora a capire se mi sia piaciuto o meno; sono successe tante cose stupende, mi sono sentita spesso vulnerabile, a terra, arrabbiata, senza forze. Ho sperimentato picchi di felicità assoluta.
Vivo in una città stupenda, che non mi piace fino in fondo, con cui non riesco a entrare in contatto. Pur avendo una vita tutto sommato stabile, mi proietto continuamente in futuro in cui non so ancora cosa voglio trovare.
Erano mesi che non mi prendevo un giorno per stare da sola e perdonarmi per non essere stata produttiva – per non aver finito una cosa da consegnare domani, per non aver lessato i broccoli, per aver cambiato tardi le lenzuola.
A tratti ho come l’impressione di camminare in mezzo a tante cose splendide, senza riuscire a vederle. Sono sempre impegnata, sempre stressata, sempre intenta a fare altro.
Quando ero bambina piangevo perché le vacanze finivano. Perché finiva il saggio di danza, il Natale, un pranzo che mi piaceva. Pensavo a cosa ci sarebbe stato dopo con un ansia tanto forte che a stento riuscivo a godermi il momento. Ho lavorato molto, per migliorare questo aspetto. Ma sono così intenta ad aspettare cose che il tempo, a volte, neanche lo vedo scorrere.
Mi piacerebbe fermarmi a notare dei dettagli, a vedere cosa è cambiato e cosa è rimasto com’era.
Quando dormo a casa di Francesco, mi fermo sempre a guardare l’albero fuori dalla finestra e mi concentro a contare quante volte l’ho visto verde, coi germogli, un po’ rosso e arancione, poi completamente spoglio e senza foglie. Cerco una costante, mentre tutto è come gettato in una centrifuga.
Il mio proposito per il 2018 vorrebbe essere “non farmi rubare più il tempo”, ma so già che non sarà possibile. Mi accontenterò di un più semplice “ricominciare a meravigliarmi” e a trasformare i momenti meravigliosi che vivo, in una luce stupenda che mi guidi durante le giornate tutte uguali – non in una pietra di paragone che getta ombra sulla quotidianità, e fa sembrare tutto più triste. Vivere preparando – non aspettando – un futuro pieno di cose incredibili.
La bellezza sarà la mia costante. Un po’ come Desmond Hume.





