Ogni mattina, a Roma, incontro – forse dovrei dire “mi scontro con ” – decine di turisti stranieri che affollano la metro A. Si lamentano. Perché siamo stipati come sardine; perché gli autobus non passano. Perché c’è uno che allunga le mani. Perché li hanno fregati al ristorante.
“Bella eh…”, li senti dire. “Ma come fate a vivere così tutti i giorni”, mi ha chiesto una ragazza di Barcellona; e un ragazzo di Parigi. E due signori di Norimberga. E dei vecchietti giapponesi. Quando i ragazzini senza casco sfrecciano sui motorini portandosi dietro la nonna, o il fratellino -sempre senza casco- pensi che forse, il tedesco lì davanti potrebbe avere un mancamento.
E invece sono lì – i turisti – su un trenino buffo, a fare video di un tizio affacciato al balcone che canta per loro “tu vuoi fa l’americano”. Lo intravedi, lassù, tra bottiglie di limoncello e pacchi di taralli, mentre la folla si muove e i motorini – senza casco – ti superano strombazzando. Per me Napoli ha sempre avuto una specie di magia.
Quando ero piccola, i miei genitori mi portavano a mangiare le sfogliatelle al mattino presto, sul lungomare. Eravamo bambini, io e mio fratello, non prendevamo nemmeno il caffè. Dormivi, ma poi eri lì, tra la luce rosa e quei dolci caldissimi in mano. Una volta, avrò fatto le medie, ci andammo in treno io, mia madre e Martina. Seguivamo il Rettifilo e io, chi sa perché, mi sentivo così importante.
Mio nonno materno, per un periodo, ha lavorato fuori regione; erano gli anni Sessanta e la domenica tornava a casa, per andare allo stadio a vedere la partita. Scendevano dai treni affollati, le signore, a Fuorigrotta, offrivano il ragù dalle finestre.
A Pallonetto a Santa Lucia, mi ha detto Martina, delle signore hanno attaccato la carta dei gelati alle finestre; e ti passano un gelato, dalle finestre, per qualche centesimo. Di quelli che compri al supermercato.
Una sera io e Francesco siamo andati a Castel Sant’Elmo a vedere il tramonto; il porto. Il Vesuvio. La luce rosa.
Una signora accanto a noi, da bambina “andava sempre a Capo di Monte“. Non c’era il biglietto, “potevi entrare dappertutto e quindi ci andavi”. A Napoli ci sarò stata cento volte, ma ci sono cento posti che ancora non conosco.
Lo scorso anno ci sono stata con Francesco per il mio compleanno; dei ragazzini giocavano a calcio per strada e sembrava di stare in Sudamerica. Anche quest’anno, quando ci siamo andati, c’erano dei bambini di sera che erano lì, a Piazza Dante, con un pallone.
Ci siamo fermati a guardarli, come quando guardavo i miei coetanei alle palazzine, vicino casa di mia nonna; era estate, eravamo piccoli, loro restavano in piedi fino a tardi, in piazzetta. Fa così infanzia.
Davanti la stazione, a gruppi di tre, provano a fregare i passanti con il gioco delle tre carte. Un acquafrescaio mi ha spiegato come si fa la sua acqua al limone. Delle persone prendono il sole sugli scogli e fanno il bagno anche se forse l’acqua non è balneabile.
C’è come qualcosa di magico, che mi disturba meno, nonostante il caos. Sarà che la collego quasi solo a cose belle. Sarà che ci avverto qualcosa di primitivo, come radici. Fa così infanzia.
Mi sento, contemporaneamente, così bambina e così tanto grande. Ci sono andata mille volte, e ci sono mille posti che devo ancora vedere.
Io e Francesco ci siamo promessi di tornarci insieme almeno una volta l’anno.


