Viaggiare scomodi

Sto andando in autobus da Roma a Bolzano. Ho visto il tramonto da un punto imprecisato della Pianura Padana; ho tentato di fare una foto al sole rosso, un po’ aranciato, che si perdeva tra gli alberi. La mia macchina fotografica, però, è incastrata in alto, il mio vicino non mi lascia uscire, il mio telefono fa il suo dovere, ma non gli puoi chiedere troppo.

Fuori ci saranno ancora 30 gradi, io indosso un maglioncino perché l’aria condizionata è fortissima. Abbiamo smesso di ascoltare la radio per passare a musica discutibile. Prima leggevo, ora c’è un bambino che piange troppo forte.

Ogni volta che affronto nove ore di autobus mi ripeto per l’intero viaggio che “questa è l’ultima volta”; poi ci ricasco, sempre, perché in fondo mi piace. Credo che il mio fascino atavico per il pullman abbia radici profonde, che si perdono tra i ricordi delle gite alle scuole elementari. Gli appuntamenti al parcheggio della “Garibaldi”, la mamma di un mio compagno di classe che ripeteva alla maestra “state attenti, l’autista mi sembra un ubriacone”.

Avrà giocato un ruolo di primo piano anche lo sport nazionale dei licei classici italiani, il famigerato tour “la Grecia classica in quattro giorni”, con la guida che ti concede cinque minuti per le foto alla porta dei leoni di Micene; poi via, di corsa, dobbiamo partire per Delfi, tornando in tempo per la cena a base di spiedini di agnello e cetrioli, in un albergo di Atene popolato per il 70 per cento da camionisti turchi. Durante un viaggio studio in Inghilterra ho conosciuto un ragazzo che viveva a Verona e in Grecia, con la scuola, ci andò in autobus partendo dall’Italia; leggenda narra che li fermarono al confine, perché due afghani tentarono di entrare in Italia attaccandosi sotto il loro bus.

Anche in Inghilterra facemmo dei viaggi infernali in pullman, corredati da orrendi film anni Novanta che secondo gli autisti avrebbero dovuto tenerci calmi. All’università ho preso più volte un autobus che partiva alle cinque del mattino da Bolzano per arrivare a Monaco.

Il capolavoro, però, lo facemmo io e Cristina, qualche anno fa: Bolzano-Monaco-Berlino. Una giornata di viaggio, un raffreddore mortale, un freddo che ricordo ancora oggi.

Fu lì che giurai a me stessa che non avrei mai più messo piede su un autobus, salvo poi ponderare l’idea di recarmi a San Pietroburgo col pullman delle badanti in partenza da Genzano, provincia di Roma.

Quando facevo la scuola di giornalismo, a Pasqua, tornavo a Napoli da Perugia in treno; un anno ci misi – non esagero – sette ore e mezza. Degli sconosciuti mi offrirono la pastiera. Io leggevo “Intervista con la storia” di Oriana Fallaci e mi documentavo sulla monarchia di Thailandia usando la Wi-fi di bordo. Oggi pomeriggio ho letto “Cristina”, un racconto di Matilde Serao su una ragazza che non assomiglia affatto a Cristina, la mia amica, ma che mi ha fatto pensare a lei: la protagonista, all’inizio, guarda le piante di basilico. Io e Cristina, proprio oggi, parlavamo della mia pianta di basilico; tentare di salvarla è stata l’ultima cosa che ho fatto prima di partire.

È buio, hanno acceso le lucine. Poco fa canticchiavamo tutti “Hotel California”. Ho avuto un sacco di tempo per pensare, mi sono un po’ esasperata, eppure è tutto bello, anche se non capisco dove sono, o quanto manchi. Forse è meglio così.

Davanti a me c’è un ragazzo che ha parlato in arabo al telefono per quasi due ore. Il suo vicino è un po’ anziano, ogni tanto gli lancia delle occhiatacce.

“Quando arriviamo a Bolzano vado dal turco a mangiare kebab. È l’unico kebab vero di tutto Sud Tirolo”.

“Sì certo. Che ti danno da mangiare? I gatti?”.

“No, quelli sono cinesi. Loro fanno il kebab vero. Mi fanno sentire a casa”.

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