Agosto

Ieri sera, al telegiornale, ho visto un servizio sulla metropolitana di Mosca. Qualche settimana fa – erano i primi di agosto – ho preso un autobus sostitutivo al posto della metro A, a Roma. Una signora, di Mosca, si lamentava del caldo, della folla, dell’amministrazione Raggi.

“Ma perché non fanno i lavori di notte, come tutti?”, mi ha chiesto esasperata.

Mi ha raccontato della metro di Mosca, che sembra un museo. Tutto è pulito, è come essere essere in un luogo tanto antico e -contemporaneamente – tanto nuovo.

“Sai – mi diceva – io sono cresciuta qui a Roma, ci vivo da anni”.

Soffriva di bronchiti e polmoniti, un medico l’ha mandata qui quando era ancora una bambina. Da sola. In Russia si ammalava sempre, non poteva andare a scuola o uscire di casa.

“Ora, ogni tanto, vado a trovare mia sorella. Abita fuori San Pietroburgo. Ora a Russia è bene, c’è Putin che regala soldi ai poveri”.

Sembrava crederci davvero.

Ho pensato a Putin, alla Russia, a quanto vorrei andarci. Ad Arco di Travertino, la signora ha firmato la raccolta firme per il referendum dei radicali. Risiede a Roma, io ancora no. Forse, chi sa, non ci risiederò mai.

Da ottobre – credo – riprenderò a studiare russo.

Sono andata a correre, alcune mattine, con mio padre, in riva al lago. Mi sono svegliata presto, il cielo aveva ancora sfumature rosa dell’alba.

Ho capito che correre in compagnia è più facile e che per correre tanto devi avere una motivazione – o forse chi sa, dei superpoteri. Io non mi sento ancora abbastanza vecchia, non devo perdere cento chili, di superpoteri non ne ho.

Ma ho visto il lago da angolazioni cui non avevo ancora mai fatto caso.

C’è un cane randagio che ogni giorno fa la stessa strada – forse lo hanno lasciato lì, tra gli alberi, e continua a tornarci; a volte te lo ritrovi in centro, a Genzano. C’è una signora, mi dice mio padre, che da anni porta il cibo ai gatti. Tutte le mattine.

C’è un posto dove allevano falconi. Credo stiano facendo degli scavi al tempio di Diana.

Mio padre saluta alcune persone – sempre le stesse, si incontrano ogni giorno. A volte mi sorpassa, perché corro troppo piano e non vuole rovinarsi la reputazione con loro. Sembra il Truman show.

Un tizio ci ha chiesto dove vivesse il padrone del lago; c’è uno che si fa chiamare “il padrone del lago”. Su una foto del lago il sindaco ha scontornato -male- la sua faccia. La usa come manifesto per il tour che ha fatto a luglio. Un tour tra le piazze del paese che forse, tra loro, distano 100 metri.

Da piccola leggevo cose sulla storia di Genzano. I vecchi ti raccontavano che la chiamavano “piccola Mosca”. Un tram portava a Roma, come una metropolitana.

Questa mattina siamo arrivati vicino a una casa, in alto, sul lago; ha una luce pazzesca, si vede il parco di Palazzo Sforza Cesarini. Lì ci sono fiori, i residenti non pagano.

Ho pensato che ho cambiato tante case, ma non ho praticamente mai cambiato residenza; mi sembrerebbe strano, praticamente innaturale farlo. Troppo definitivo.

Per anni ho odiato questi luoghi, ora mi sembra di appartener loro quasi visceralmente. Di avere un pezzetto di radici tra i riflessi del lago e i vicoli di una piccola Mosca che ormai non c’è più.

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